Geodati

Dal Network Frontiere Digitali (www.frontieredigitali.net).

Faccio stare insieme, non senza qualche sforzo, due istanze apparentemente contrastanti. La prima riguarda una sorta di autolimitazione in merito a quanto segue. Non sono un esperto di geodati. Sono andato in gran parte tentoni tra la letteratura circolante in rete sull'argomento. Inoltre, c'é una fretta oggettiva, legata a precise scadenze, che non ha giovato alla struttura del testo e alla precisione dei riferimenti.

La seconda istanza dice invece che, nonostante questo, lo sforzo é stato consistente e che pertanto gradirei, per una volta, essere "premiato" sia dalla vostra attenzione che da una disponibilità concreta ad allargare il dibattito su queste tematiche.

Per una volta faccio anche crossposting e invio contemporaneamente a diverse liste. Quanti hanno fatto circolare liberamente i miei testi in questi anni, per una volta, sono invitati esplicitamente a farlo di nuovo.

Nota
Gli inglesi usano il termine plurale "geodata" derivato dal latino. La traduzione sarebbe pertanto "i geodata". Visto che esiste l'italiano "dato", mi pare almeno più economico usare "i geodati".

Un caro saluto
Rattus

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Qualora ci si accosti al problema dei geodati senza una minima introduzione all'argomento si rischia di cadere vittime di una forma molto particolare e acuta di labirintite. La vastità dei problemi sembra amplissima e le conoscenze necessarie alla comprensione del fenomeno spaziano dagli aspetti legali a quelli tecnologici, fino al vagare impreciso dei ricordi della geografia astronomica studiata alle superiori.

Quando, facendo ricerche in rete, ci si imbatte in così numerosi strati di complessità, si può avere l'impressione che il problema sia talmente specialistico da poter essere affrontato soltanto dagli esperti e nelle sedi adatte. Errore. I geodati riguardano la nostra vita, la vita di tutti. E la riguarderanno ogni giorno di più. Gli "stakeholder" siamo noi.

Prima di entrare nel problema specifico occorre cimentarsi in una sorta di preambolo storico. La geografia, ai tempi delle prime esplorazioni, poteva essere considerata quella che oggi si definisce una scienza sperimentale. Essa si basava su un gioco di ipotesi, di congetture, costantemente al vaglio dell'esperienza. Le teorie sulla struttura della terra e del sistema solare potevano essere smentite o confermate dai dati raccolti nel corso delle spedizioni. I racconti si sovrapponevano alle teorie, i viaggi erano importanti quanto le notti trascorse sulle carte.

Via via che la ricerca geografica sperimentale andava concludendo il suo itinerario, la geografia venne sempre più ad assumere il ruolo di scienza descrittiva. La cartografia diveniva un'attività legata prevalentemente agli interessi degli stati. La definizione dei confini e il controllo del territorio ha trasformato progressivamente l'attività di geografi e cartografi in un settore di pertinenza dei militari e delle burocrazie statali. Come ha evidenziato Foucault, già nelle tecniche di governo esposte nel libro di Luis Torquet de Mayenne (1611), la polizia veniva divisa in quattro sezioni di cui una, la quarta, si occupava di "sorvegliare la "demesne", ossia il territorio, lo spazio, la proprietà privata, i lasciti, le donazioni, le compravendite, oltre a occuparsi dei diritti feudali, delle strade, dei fiumi, degli edifici pubblici, e così via". La fine della fase "romantica" della ricerca geografica strappò la geografia ai viaggi e alle fantasticherie e la consegnò a uomini devoti all'ideale utopico secondo cui la legge coincide con l'ordine.

Venendo ai nostri giorni, ci sono alcune buone ragioni per sostenere che la geografia sia tornata, almeno temporaneamente e limitatamente ad alcuni aspetti, una scienza sperimentale. La rivoluzione microelettronica ha digitalizzato la geografia attraverso alcuni nuovi strumenti: le fotografie satellitari, l'automazione dei processi di calcolo e dei dati relativi alla localizzazione del territorio, la presenza di satelliti in grado di identificare istantaneamente la posizione di un segnale su un punto qualsiasi del pianeta. I problemi degli studiosi di questo settore riguardano principalmente la trasposizione di foto satellitari ad altissima definizione su matrici di punti (identificati da numeri), per ottenere una rappresentazione univoca e molto dettagliata di settori sempre più ristretti di territorio (geolocalizzazione). Queste operazioni richiedono l'implementazione di calcoli estremamente raffinati che comprendono problemi di geodesia, di calcolo matriciale, di conversione tra diversi sistemi di misurazione, di creazione di appositi formati, di definizione di standard e di metadati, di ideazione di database altamente specifici.

I risultati di questi studi sono relativamente prevedibili e in gran parte già operativi. In termini generali, la mappatura del pianeta attraverso precise griglie di punti determina la creazione di nuovi strumenti che permettono analisi estremamente dettagliate sui più vari aspetti del territorio. Una volta che si dispone di definizioni chiare ed univoche dei punti (una sorta di indirizzi che comprendono generalmente latitudine e longitudine) questi dati possono essere incrociati con una verietà di informazioni: dalla distribuzione territoriale della popolazione alla composizione geologica del territorio, al clima alla fauna etc. Si pensi, ad esempio, ai risultati dell'incrocio dei dati geografici con le stime prodotte periodicamente da enti come l'Istat. A questi dati "classici" se ne stanno aggiungendo altri, di tipo del tutto nuovo, ricavati da forme diffuse di utilizzo dei geodati, per esempio quelli sulla mobilità territoriale ricavati dalla rilevazione delle posizioni dei telefoni cellulari.

Non é facile avere un'idea precisa di quale sia lo stato dell'arte. Tuttavia non é peregrino supporre che gli Stati Uniti, che dispongono da vari anni delle informazioni provenienti dai satelliti, siano già dotati di sistemi di mappatura altamente dettagliati dell'intero territorio planetario. L'Europa presenta invece un certo ritardo dovuto, in parte, alle minori tecnologie a disposizione, in parte, alla consueta disarmonia tra i diversi stati, ciascuno dei quali ha spesso adottato a modalità proprie nella gestione dell'informazione geografica (più o meno "digitale").

Questo significa che gli Stati Uniti potrebbero disporre già dei dati del territorio europeo che, viceversa, l'Europa si deve in gran parte ancora pazientemente costruire. Una decina di anni fa questo sarebbe stato definito un problema "diplomatico". Oggi, molto probabilmente, si tratta soltanto un problema economico. E' quantomeno legittimo supporre che i geodati relativi a territori esterni agli USA vengano "venduti" mentre quelli relativi al territorio statunitense, come vedremo, sono rilasciati per un uso pubblico, aperto e senza costi.

E' molto difficile al comune mortale scoprire, ad esempio, di quanta informazione geografica (e sotto quali formati) dispongono lo Stato e gli Enti Pubblici in Italia. Ancora più difficile é capire la situazione dei privati che potrebbero avere acquistato geodati "italiani" all'estero.

E' del resto evidente che mentre la discussione pubblica sui geodati rimane imbrigliata in questioni teoriche, l'industria privata ha già lanciato sul mercato strumenti come i GPS che sono dotati di griglie territoriali altamente dettagliate ed efficienti di gran parte del territorio europeo. E' legittimo chiedersi quale sia lo status legale dei dati a cui attingono strumenti come il GPS. Al momento si tratta di strumenti di cui l'utente conosce il solo output, senza avere nozione del funzionamento e delle questioni legali ad esso retrostanti. E' evidente che, in un' ottica "open source" il rilevatore di posizione GPS si presenta come un sistema "proprietario" a tutti gli effetti, una black-box di cui si ha a disposizione solo un risultato in uscita.

Where 2.0

Comunque, qui interessano soprattutto le prospettive che i geodati aprono nell'ambito dello sviluppo delle tecnologie di rete.

Prima di discutere di quali siano le forme idonee promuovere una diffusione libera dei geodati occorre infatti avere un'idea di come la rete possa venire trasformata dall'uso dei geodati. Sotto questo profilo - mi si perdoni il tono un po' altisonante dell'affermazione - siamo di fronte alla possibilità di una vera rivoluzione copernicana.

L'idea di utilizzare geodati nei motori di ricerca, ad esempio, pur non essendo nuova, si é finora scontrata con una serie di difficoltà. Tuttavia é abbastanza facile prevedere che l'introduzione di metatag darà alle ricerche online caratteristiche del tutto nuove, in cui il rapporto il territorio si farà più stretto ed efficace.

Si tratta di una prospettiva che riguarda (o dovrebbe riguardare) molto da vicino quanti, per ragioni politiche o sociali, insistono da anni in una paziente azione di stimolo circa l'importanza delle funzioni locali (e sociali) della rete.

Si sta creando un'ipotesi di sviluppo legata all'uso dei geodati che può essere opportunamente afferrata o, viceversa, colpevolmente lasciata andare. Non stupisce che gli ideatori della nuova petizione sui geodati parlino dei geodati come del nucleo del cosiddetto Web 2.0 (non a caso definito da alcuni, forse più propriamente, "Where 2.0").

Il problema dei geodati riguarda quindi anche le forme d'uso dei software di rete. In termini generali, l'intera problematica del rapporto tra rete e territorio é investita in modo sostanziale dagli usi possibili dei geodati.

Uno dei punti più interessanti e promettenti della questione riguarda la possibilità di garantire l'accesso a dati geografici attraverso operazioni "in scrittura". Si intende cioé la possibilità di dare all'utente la facoltà di contribuire direttamente alle definizioni del territorio attraverso le proprie "mappe cognitive". In teoria si potrebbe parlare di narrazioni collettive dello spazio ispirate al modello di wikipedia: dopo la grande enciclopedia, nascerà il grande atlante dell'intelligenza collettiva. Ma la realtà é anche un'altra: il territorio si nutre di conflitti. Gli ipotetici servizi in rete aperti in scrittura e basati su geodati non possono sperare di aggirare i conflitti. Del resto é proprio questo il tratto che qualifica la democrazia così come viene intesa dal "popolo della rete" (continua, non rappresentativa e proliferante).

Ci troviamo di fronte a una vera e propria biforcazione: o la rete rimarrà uguale a sé stessa, oppure riuscirà a modificare il proprio andamento e il proprio ruolo per effetto di una relazione di tipo del tutto nuovo con il territorio. Un rapporto, per quanto detto sopra, aperto al conflitto.

Purtroppo, come spiegheremo di seguito, questi scenari possibili rischiano di essere paralizzati da una serie di delicate questioni politiche e legali.

Il problema dei geodati ha scatenato feroci polemiche in Inghilterra nel corso del 2005.

Il motivo per cui l'Inghilterra svolge in Europa un ruolo trainante in questo tipo di discussioni é abbastanza ovvio: essendo i più diretti interlocutori degli Stati Uniti (anche per questioni linguistiche) sono stati i primi a rendersi conto del crescente gap che separa l'Europa dagli Stati Uniti riguardo la disponibilità pubblica dei geodati.

Per riassumere brevemente, si può affermare che quando gli Stati Uniti hanno consentito la consultazione libera dei dati dei satelliti GPS (2000) si sono date le condizioni per lo sviluppo di una serie di progetti di grande interesse sia nel settore pubblico che in quello privato (basti citare i servizi di google o il TIGER map service). Questa proliferazione di iniziative ha tuttavia anche un'altra spiegazione che va ricercata nella politica sostanzialmente democratica nei confronti dell'uso pubblico dei geodati sviluppata dagli USA.

Un importante libro uscito a Giugno negli USA e subito rimbalzato Inghilterra mostra in modo evidente quale sia lo spettro di possibilità aperte dai geodati. "Mapping Hack" non é un libro teorico. Si presenta piuttosto come un insieme di "ricette" che vanno da come usare un rilevatore di posizione GPS in modo corretto fino al codice necessario per lanciare un programmino in Perl che prende mappe da un server "aperto" e le mette a disposizione del nostro sito. Oltre la cortina di fumo dei problemi legali, il mapping diviene "un arte del fare" una pratica che appassiona e diverte tanto i programmatori quanto i semplici utenti. Non a caso si parla oramai di un vero e proprio boom della cartografia digitale.

Gli inglesi, grazie all'impatto di "Mapping Hack", si sono subito resi conti delle limitazioni legislative che caratterizzano l'uso dei geodati in Europa. Non perché il libro abbia un esplicito taglio politico a tale riguardo, ma semplicemente perché la maggior parte dei servizi di rete che mettono a disposizione geodati aperti sono statunitensi e forniscono soltanto informazioni relative al territorio USA. Una molteplicità di pratiche di uso comune sono perfettamente legali negli Stati Uniti ma proibite e non realizzabili in Europa.

In un saggio dei ricercatori inglesi Yvette Pluijmers e Peter Weiss intitolato "Borders in Cyberspace: Conflicting Government Information Policies and their Economic Impacts" gli autori sostengono che l'intera politica USA sulla libertà di accesso ai dati é ispirata a un semplice principio: quello che i dati sono pubblici e sono già stati pagati dai cittadini. Dunque, essi non possono essere pagati una seconda volta. Fatta questa dichiarazione, gli autori prendono atto di come oramai un simile principio, sebbene ineccepibile, non riesca più a persuadere la classe politica europea. Per questo i due si prodigano in una voluminosa disamina mirata a dimostrare come e perché l'approccio "open access" sia conveniente anche sotto il profilo economico. I due studiosi contestano radicalmente il principio del "costs recover" (il presunto "recupero dei costi") che ispira la legislazione europea su questi temi, dimostrando come un uso aperto dei dati pubblici svolgerebbe anche un'azione rivitalizzante nei confronti dell'economia.

Tuttavia a un giudizio di superficie quale può essere il nostro, la situazione inglese, tutto sommato, risulta almeno più chiara di quella italiana. In Inghilterra la gestione dei dati pubblici (e di quelli geografici in particolare), tutelati dal copyright della corona, é assegnata a Ordnance Survey (OS) che é un'Ente che si potrebbe definire "parastatale". L'accusa che Pluijmers e Weiss muovono a OS é bruciante: degli oltre cento milioni di Euro fatturati ogni anno da Ordnance Survey solo il 30% proviene realmente da acquirenti privati, mentre il rimanente riguarda richieste da parte di settori pubblici locali come i comuni. Questo significa che non si tratta propriamente di un business a vantaggio dello stato ma, al contrario, di un sistema evoluto per far pagare al cittadino più volte lo stesso servizio.

La responsabilità principale della situazione di arretramento dell'Europa, secondo Pluijmers e Weiss, é da attribuire ad una direttiva europea del 1998 in materia di database. Questa direttiva é stata proposta sull' onda del convincimento che le aziende produttrici di database fossero costantemente scoraggiate nel loro lavoro dal rischio di vedersi copiare i propri dati da aziende pirata.

Con l'approvazione della direttiva ci si aspettava un incremento della produzione di database. Inutile dire che, a otto anni dalla direttiva, una ricerca commissionata dal governo del Canada afferma esplicitamente che la politica "open" degli USA in materia di dati ha incrementato il mercato e lo sviluppo molto più significativamente della politica "proprietaria" dell'Unione Europea che attualmente langue.

Dal momento che tale direttiva non esclude la possibilità per gli stati di vendere i propri database si é creata una cascata di scatole cinesi, in cui gli stati cedono i propri dati ad aziende private che a loro volta rivendono i dati a piccole imprese o, più spesso, a enti pubblici minori.

Inspire

Riguardo al tema specifico dei geodati l'Europa ha cercato di dare un taglio "democratico" alla gestione dei geodati attraverso la direttiva "inspire".

Uno degli autori di "Mapping Hack", Jo Walsh, ha evidenziato per tempo i rischi impliciti nella direttiva "inspire". In un testo intitolato "Modyfing the inspire directive" Walsh ha evidenziato come la direttiva, pur contenendo una serie di argomenti apprezzabili in materia di condivisione e riuso dei dati nell'ambito dei paesi dell'Unione, lasci fondamentalmente intatta la questione della proprietà dei dati. Scrive Walsh:

"Per quanto previsto da INSPIRE, i dati spaziali non sono accessibili liberamente e senza costi. Essi DEVONO essere ottenuti attraverso servizi di e-commerce. Gran parte del generoso budget previsto da Inspire sarà dedicato alla realizzazione di un sistema di transazione commerciale sicuro".

Rincarando la dose, Walsh evidenzia come un servizio equivalente allo statunitense Census Bureau's TIGER Map Service, che permette l'accesso diretto e gratuito al dato geografico (http://www.census.gov/geo/www/tiger/tigermap.html) non sarebbe autorizzato dalla direttiva Inspire. Walsh sostiene - e ha perfettamente ragione - che la direttiva non autorizza la comunicazione tra macchine ma la sola comunicazione tra utente e servizio.

Un'interrogazione su un database libero come TIGER precede più o meno in questo modo: attraverso un comando di get un essere umano o una macchina chiedono al server: "dammi la mappa compresa tra questa coordinata e quest'altra, in un'immagine di queste date dimensioni".

Questo tipo di richiesta assume di solito la forma di un indirizzo web, molto lungo, che si può leggere sulla barra degli indirizzi del browser. Tra l'altro, questo é un punto importante, si può automatizzare il procedimento di richiesta e gestire le mappe all'interno di programmi che lavorano su web per una varietà di scopi.

E' chiaro che se i termini della richiesta o, peggio, l'uso automatizzato delle medesime, NON sono liberi, si crea una situazione di libertà illusoria. L'utente é libero di consultare, ma non di usare i dati geografici. E questo pare essere ciò a cui mira "Inspire" che prevede una serie di contorte manovre che delegano alla commissione il compito di decidere in altra sede la policy sulle licenze.

Del resto, la situazione attuale in Europa é quella prospettato da Inspire. Tanto per fornire un esempio in ambito inglese, se qualcuno di voi si porta sul sito http://www.multimap.com e digita nell'apposita casella il proprio indirizzo, otterrà in cambio una serie di informazioni tra cui la mappa del suo territorio e, cosa che qui interessa particolarmente, le coordinate spaziali relative alla sua abitazione. Bene. Se diamo un'occhiata alla policy di multimap in materia di copyright (peraltro ben visibile immediatamente sotto i risultati della vostra ricerca) compare subito una eloquente dicitura:

"Reproduction of this map and related information is not permitted without prior written consent". Questo non significa soltanto che la mappa viene considerato proprietaria, ma che anche i geodati grezzi (related information), relativi alla latitudine e alla longitudine, non possono essere utilizzati dall'utente in quanto protetti dal Crown Copyright.

Il fatto che gli stessi "geocode" (i dati grezzi) siano sotto protezione non solo offende il senso comune (si tratta di puri dati geografici numerici) ma colloca di fatto fuorilegge un'ampia gamma di servizi web realizzati della creatività dei programmatori liberi. E, visto che ci stiamo collocando nella prospettiva del Web 2.0, una situazione come quella che si va delineando rischia di rendere impossibili tutte le iniziative future che si propongono di utilizzare geodati. Si badi che anche chi intende obiettare che il "cost recovery" ha una sua logica e che tale logica consiste solo nel fatto che i dati vanno pagati, rischia di commettere dei grossolani errori. Le limitazioni sull'uso dei dati per essere efficaci devono necessariamente prevedere che tali dati non possano essere diffusi. Sarebbe ingenuo pensare che una volta pagati quei dati siano liberi.

Le "inevitabili" limitazioni dell'uso dei dati nella logica del "cost recovery" costituiranno limitazioni altrettanto gravi ai possibili funzionamenti del software. Se, per fare ancora un esempio ricavato stavolta dal mondo dell'editoria, io chiedo alla biblioteca pubblica nazionale (meglio, all'agenzia che si é appropriata dei dati originariamente della biblioteca nazionale) i cataloghi digitali delle pubblicazioni nazionali, non dovrò soltanto pagare (migliaia di euro) il relativo CD-Rom. Dovrò anche attenermi a precise e terribilmente limitative normative sull'uso. Normative che mi impediranno, ad esempio, di usare quei dati in rete per scopi di utilità sociale. Se qualcuno volesse divertirsi a esplorare il tariffario delle pubblicazioni può dare un'occhiata qui. http://www.ie-online.it/offerte/listino.htm

Come si vede chiaramente sulla pagina del sito é previsto un uso "monoutente" e il prezzo tende a salire quanto più sale il numero degli utenti che usano quei dati bibliografici. Questo significa che se volessi utilizzare quei dati bibliografici per un software che prevede delle interrogazioni online da parte degli utenti, violerei la normativa. Il catalogo si presterebbe infatti ad un uso rivolto ad un utenza potenzialmente illimitata.

Per protestare contro questa situazione gli inglesi hanno lanciato una petizione online, che é stata tradotta anche in italiano, raccogliendo diverse centinai di firme di cittadini italiani (http://okfn.org/geo/manifesto.it.php). Il documento, inevitabilmente generico, é sul punto di essere sostituito da un secondo documento (http://publicgeodata.org/) che tiene conto del percorso legislativo di Inspire.

"Inspire" é stata infatti approvata in prima lettura il 23 Gennaio 2006. Seguirà a breve la seconda lettura. Su quest'ultima si concentrano gli sforzi di chi si oppone alla direttiva. Da quanto si legge sulla homepage di publicgeodata.org il Consiglio europeo "insiste sulla necessità di tutelare i diritti di proprietà intellettuale detenuti dai fornitori di dati pubblici". L'obiettivo di publicgeodata non é limitato alla proposta di una nuova petizione ma prevede anche azioni di pressione sui parlamentari. La nuova petizione é attualmente alla stato di beta version e può essere letta (ma non "ancora" firmata) qui: (http://publicgeodata.org/index.cgi/SignThePetition).

Si legge sulle pagine del sito:
"Che cosa si vuole realmente ottenere con Inspire ? Questa direttiva é stata creata attraverso un processo di consultazione non-trasparente con le National Mapping Agencies (NMA) che hanno prodotto geodati per conto dei governi attraverso denaro pagato con le tasse, e stanno ora tentando di ottenere i diritti di proprietà intellettuale su questi geodati, allo scopo di rivenderli alle piccole imprese, alle università e ai cittadini per "recuperare le spese"".


Il silenzio della politica italiana si può spiegare in due modi: da una parte é probabile che gli "stakeholders" siano in posizione di attesa, fidando nell'evoluzione di Inspire, che prevede tra l'altro dei cospicui finanziamenti. Dall'altra anche i politici più avvertiti sembrano impacciati di fronte alla complessità dell'iter legislativo di Inspire e dei problemi tecnologici ad esso legati. Inutile nascondere, inoltre, che la questione impone una riflessione sul liberismo europeo e quello statunitense. Riflessione che potrebbe non essere troppo gradita in periodo elettorale.

Sitografia

Il sito di riferimento nazionale per gli "opengeodata" é questo:

http://www.gfoss.it/

Il sito nazionale di riferimento per la campagna contro inspire sta diventando questo: http://publicgeodata.org

Chi voglia divertirsi con "Mapping Hack" può leggerne qualche paragrafo qui:

http://www.oreilly.com/catalog/mappinghks/

BIbliografia

  • Michele Favara Pedarsi, Ai privati le mappe pagate dai contribuenti, Punto Informatico, 8 novembre 2006. Le mappe per i navigatori satellitari? Non servirebbe scaricarle illegalmente dal p2p se ci venisse dato ciò che abbiamo già pagato. Ma una direttiva europea sta per imporne la privatizzazione. A spese di tutti.
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